Villagers – Becoming a Jackal (2010)

•4 giugno 2010 • 2 commenti

Villagers

Becoming a Jackal


Domino (24 Maggio 2010)
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I Saw the Dead. E’ il titolo del primo brano – ed è subito colpo al cuore. Entrata lieve d’archi, un giro di pianoforte che ricorda la Dragonfly di My Brightest Diamond, la voce che vi si appoggia sopra, tutto in tensione verso un crescendo che neanche le percussioni spezzano. Si raggiunge l’apice con il cantato che ripete il titolo “I Saw the Dead” cui segue un ritornello sinfonico. Inizia la trasformazione del ragazzo in sciacallo, ma giunge al termine un brano che non verrà più eguagliato nel resto dell’album. Non si disperi, ‘ché la scrittura resta sempre alta, non ci sarà nessuna vera e propria caduta. Anzi, ci si riavvicinerà a quel livello con The Meaning of the Ritual, altrettanto drammatica, per quanto senza quella tensione, anzi, caratterizzata da uno sviluppo “piano” per chitarra-organetto-voce. Pieces, sul finire del disco, ha invece una simile costruzione in crescendo, con tanto di ululati e dissonanze di violino.
La parte centrale del disco (da Home a Set the Tigers Free, diciamo), pur mantenendo l’alone malinconico, è leggermente meno cupa, in particolare nel rockettino sixties di The Pact o in That Day, nata evidentemente sotto il segno degli Arcade Fire (ma l’antecedente viene in mente anche altrove).
L’esordio solista del dublinese Conor J. O’Brien, già nei The Immediate, è in definitiva un bel disco di pop sinfonico. Detto degli Arcade Fire, altri nomi che gli si possono accostare sono quello degli Sleeping States, per certi cantati meno melodici, o di Elliott Smith, perché comunque il retroterra è cantautorale. Fra i dischi da sentire di quest’anno, sicuramente.

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Lilium – Felt (2010)

•14 maggio 2010 • 2 commenti

Lilium

Felt


Glitterhouse (Maggio 2010)
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Non sono mai stato un fan dei 16 Horsepower e dei vari side- e post-project, avendo apprezzato solo quel gioiello che è Consider the Birds (Woven Hand). Questo Felt esce in contemporanea con The Threshing Floor, sempre di Woven Hand, entrambi per Glitterhouse, label per cui incidono anche Bonnie Prince Billy e Bill Callahan. Questo per chiarire quale sia uno degli orizzonti dei Lilium: stiamo parlando di alt.country, di quello che può rimandare a Calexico e Giant Sand. Anche ai mai dimenticati (almeno da me) Songs:Ohia, per una simile tendenza a scarnificare il suono, a togliere, hollissianamente, le note non necessarie. Strano che riesca a pensarlo anche durante l’accompagnamento di batteria elettronica dell’iniziale Right Where You Are, eppure è così: è un beat minimo, che non mi dà alcuna idea di impalcatura. Il brano è bello, meglio però il successivo Mama Bird, con voce femminile un po’ Cat Power, chitarre slide e tromba che odora di Messico. Due strumentali, compresa la title-track, introducono al blues di Her Man Has Gone. Con Lily Pool torna la voce femminile e il brano non è poi tanto dissimile: stesse spazzole, stessa atmosfera. Miracle ricorda invece più il brano di apertura, forse per via della batteria elettronica, mentre gli strumentali finali sigillano un album che sarebbe davvero ingiusto definire mediocre, ma è altrettanto vero che può risultare monotono e troppo d’atmosfera. Non è, in definitiva, un ascolto da tutti i giorni e lo trovo più adatto a certi momenti di solitudine, al buio.

Video ufficiale: Ramona Falls – Russia

•14 maggio 2010 • Lascia un commento

Avevo parlato qui di Brent Kopf, esaltando lo splendido Intuit, suo esordio solista. Il primo video I Say Fever era uscito a ridosso dell’album e mi era molto piaciuto per le invenzioni visive. Ora, il secondo video ufficiale è decisamente diverso da quello: niente di cartoonesco, ma il grottesco inseguimento di una ragazza che, a colpi di “too little too late”, respinge l’insistente innamorato.
Vabbe’, meglio la canzone, ma comunque l’insieme è gustoso.

Inlets – Inter Arbiter (2010)

•10 maggio 2010 • 2 commenti

Inlets

Inter Arbiter


Twosyllable (April 20, 2010)
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Mi hanno ricordato immediatamente gli Sleeping States, autori di uno dei dischi per me più belli del 2009. Ma c’è di più. Strumentazione e produzione (una perfetta sovrapposizione di così tanti suoni) rimandano a un DM Stith solo un po’ meno soffuso, mentre le linee vocali a tratti sono più Radiohead (Bright Orange Air), a tratti, per le intersezioni, più Dirty Projectors, ma anche Gentle Giant (Canteen).
Dopo due ascolti penso già che sia un capolavoro e mi sbilancio pure col voto. Ma non si tratta certo di ascolto facile. Come in Great Exit Lights, con base di mandolino e basso coadiuvato da qualcosa che parrebbe un trombone. Poi una specie di ritornello con chitarra acustica, clarinetto, fisarmonica. E una batteria che resta in secondo piano, potendo costruire un ritmo fatto di rullate e piatti che accompagna e non salta in primo piano.
E’ solo un esempio, ma la scrittura è spesso ostica, offre pochissimo all’orecchiabilità e nulla alla prevedibilità. Gli strumenti sembrano giocare a rincorrersi e a far perdere il filo: difficile, sulle prime, percepire ogni sfumatura. Così riascoltare, dopo la chiusa à la Beirut di Your Good Arm, è irresisitibile gioco da giocare.

Alessandro Fiori – Attento a me stesso (2010)

•9 maggio 2010 • Lascia un commento

Alessandro Fiori

Attento a me stesso


Urtovox (14 Maggio 2010)
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Dopo l’ultimo Mariposa sono a seguire con attenzione quel che gravita attorno a questa enorme band. Come i Calibro 35 (qui l’ultimo disco in free streaming), le produzioni della label Trovarobato (allucinante Fumaretto, in senso buono) e questo solista di Fiori. Dopo 10 anni di militanza nei Mariposa e un paio di dischi con gli Amore, dopo collaborazioni di rilievo (Chimenti, Benvegnù…) ed altre esperienze extra-musicali (pittura e scrittura), Fiori dà alle stampe il suo primo lavoro solista. E si aggiunge, coi citati Chimenti e Benvegnù, ai pochi che oggi in Italia si possono permettere di fare pop d’autore. E, non secondario, di scrivere testi importanti: se certi giochi d’immagine possono far pensare a un De Gregori, c’è pur sempre una realtà nominale con cui fare i conti. Così possiamo perderci a Mondo Convenienza (Fiaba contemporanea) e fare una “top ten dei cazzi nostri” (2 Cowboy per un parcheggio, forse il brano migliore). Senza scordare i Mariposa, nei quali è evidentemente compositore non di seconda fila, si pensa a vari nomi storici della musica leggera italiana, da Ivan Graziani a Jannacci, fino a Capossela. Con fissa l’idea che si tratti di cantautore personalissimo e che Attento a me stesso sia un album di pregio, per scrittura complessiva, arrangiamenti e ispirazione.

The National – High Violet (2010)

•9 maggio 2010 • Lascia un commento

The National

High Violet


4AD (11 Maggio 2010)
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Si sono guadagnati un certo culto e trovare recensioni negative in giro è un’impresa (vedere metacritic, ad esempio), ma a me sembra che quest’album sia quantomeno fuori fuoco. E non sto facendo un confronto con altri album della band, perché non li conosco per niente bene.
High Violet parte male, con una Terrible Love che procura anche un certo fastidio uditivo (nel senso che il rumorismo è usato male, al punto da pensare ad un pessimo lavoro in studio); col secondo brano sembra risollevarsi, ma poi è netta la sensazione di una formula consolidata che viene ripetuta per tutta la durata del disco. Ovunque un sottofondo di note lunghe (cori, wall chitarristici o tastierone: fa lo stesso), ma anche gli altri strumenti tendono a fare una roba soffusa, su cui si appoggia una batteria funzionale (qua più percussiva, là più su charleston e piatti) e linee vocali con una incomprensibile tendenza al sillabismo e comunque poco sonore, salvate giusto da una voce, quella sì, molto bella. Il tutto suona strascicato, vago, soporifero. Preferisco l’ultimo Tindersticks (il modo di cantare mi ricorda loro), ed è tutto dire.

Bryan Scary and the Shredding Tears – Mad Valentines EP (2009)

•5 maggio 2010 • Lascia un commento

Bryan Scary and the Shredding Tears

Mad Valentines EP


!K7 (27 Ottobre 2009)
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Base beatlesiana, a volte spudorata (The Garden Eleanor), a volte spostata verso il glam à la Queen (Andromeda’s Eyes), la disco music (Gambler’s Whirl), l’indie-pop (Bye Bye Babylon ricorda non poco gli Austin Lace di Bossanova – sì, lo so, non li conosce nessuno…). Pure con citazioni Progressive Rock: gli Yes e la PFM, per dire, rispettivamente nelle già citate Andromeda’s Eyes e Gambler’s Whirl.
In attesa dell’imminente terzo disco, finanziato dai fan in questo modo, Bryan Scary alimenta l’attesa con questo EP, che conta 6 tracce molto belle e che confermano un’ispirazione che non tende minimamente a calare. E’ vero che la formula non è cambiata, ma band di questo tipo, che facciano il loro lavoro in modo così splendido e originale, ce ne sono proprio poche (mi vengono in mente gli ottimi Duckworth Lewis Method), quindi mi sta più che bene così.