Bene o male, si può considerare il primo materiale nuovo dai tempi di Illinois. Certo, nel frattempo è uscita altra roba, più (Avalanche) o meno (Run Rabbit Run) interessante. Poi, alcune dichiarazioni del nostro lasciavano pensare il peggio: prima il progetto dei 50 stati viene messo da parte, poi anche l’idea di pubblicare album. Invece, complice il tour dell’anno scorso, deve essere successo qualcosa. Ha preso forma una canzone, All Delighted People, che mostra un Sufjan Stevens parzialmente rinnovato. Presente nell’EP in due versioni, il brano è di una bellezza che lascia senza fiato, specialmente nella versione che apre il disco: quasi 15 minuti di pop orchestrale, con liriche che rimandano ora all’Apocalisse, ora a The Sound of Silence, cori femminili, archi che ricordano le partiture di Illinois, ma capaci di esplosioni dissonanti. Davvero un tripudio, forse il brano più bello di Sufjan e certamente il più memorabile da un paio d’anni a questa parte. Interessante anche la versione “classic rock”, più concisa, ma un gradino sotto. Oltre alle due versioni della title-track, ci sono 5 brani più folk che, non fosse per le inflessioni country, ricorderebbero Nick Drake: tutti molto belli e forti di un cantato particolarmente riuscito (Heirloom quello che preferisco). A chiudere, Djohariah, ben 17 minuti di crescendo orchestrale e corale, con una chitarra elettrica a sporcare tutto. Non il mio brano preferito, ma comunque degna chiusura di uno splendido EP (macché EP: quasi un’ora di musica, altroché). Ora si attende con ansia The Age of Adz, i cui pre-listen danno idea di un album del tutto differente, sicuramente più elettronico e, detta tutta, non altrettanto convincente. Ma questa è un’altra storia…
Sufjan Stevens – All Delighted People EP (2010)
•11 settembre 2010 • 4 commentiPlaylist di metà anno
•5 agosto 2010 • 2 commentiCon un mese di ritardo, la mia Top10 di questa prima metà d’anno…
1. The Irrepressibles – Mirror Mirror
2. The Miserable Rich – Of Flight & Fury
3. Midlake – The Courage of Others
4. Broadcast 2000 – s/t
5. John Grant – Queen of Denmark
6. Villagers – Becoming a Jackal
7. Gayngs – Relayted
8. These New Puritans – Hidden
9. Inlets – Inter Arbiter
10. Sam Amidon – I See the Sign
Altri ottimi dischi: Wintersleep, Erland & the Carnival, Gigi, Alessandro Fiori, Blitzen Trapper, Cloud Cult, Liars, Lightspeed Champion, Lone Wolf, New Adventures, Owen Pallett, Shearwater, Spoon, Vampire Weekend…
Da ascoltare meglio: Stars, Xiu Xiu, Goldheart Assembly, The Black Keys, Zeus…
Sopravvalutati: Joanna Newsom, Beach House, Broken Bells, Field Music, Jonsi, Clogs, Eels, Roky Erickson, The National…
Delusioni: Massive Attack, Brasstronaut, Get Well Soon, Lali Puna, Tindersticks…
Gayngs – Relayted (2010)
•4 agosto 2010 • Lascia un commentoLeccato e sovraprodotto, Relayted è evidente figlio della stagione trip-hop, anche se il mood che vi si respira, per quanto sia inappropriato definirlo solare, ha certo un aroma meno malinconico. Così è facile pensare a quell’altra stagione, esteticamente non così distante da Bristol, che ha come esponenti Air, Zero7, Bent e altri che mescolavano downtempo con easy-listening.
La partenza di Gaudy Side, sensuale e melliflua, è già un’ottima chiave di lettura dell’esordio dei Gayngs, ma l’apoteosi è raggiunta con No Sweat: un pianoforte cadenzato, un ritmo simil-Teardrop, break improvvisi che aprono squarci di Hammond e sassofoni, un cantato via via più intenso, una coda psichedelica con tanto di chitarra floydiana (altrove è ancora più evidente il debito verso certe liquidità à la Gilmour, sentire ad esempio Spanish Platinum o The Walker) che sfuma nel mantra percussivo di False Bottom, sovrastato da feedback, sassofoni distorti e voci in loop.
Leccato e sovraprodotto, si diceva, senza una sola virgola fuori posto, tanto da rischiare di risultare artificioso e freddo. Ma questa prima impressione viene messa da parte non appena ci si rende conto non solo che il disco suona da dio, ma anche che ispirazione e scrittura sono a livelli stellari. Difficilmente gli amanti di queste sonorità riusciranno a staccarsene.
A Weather – Everyday Ballons (2010)
•17 luglio 2010 • 3 commentiDopo Cove, esordio del 2008, il ritorno degli A Weather ha ancora le stesse tonalità pastello, nella copertina come nelle canzoni. Stessa scrittura diafana, basata su chitarre arpeggiate e doppia voce, maschile e femminile, assolutamente mai sopra le righe. Incidentalmente, capita che il suono diventi appena più saturo (Third of Life, brano di apertura e forse punta dell’album), che appaia una batteria più squadrata e slowcore (Seven Blankets ricorda non poco i Tram), che appaia un’armonia vocale un po’ più spigolosa, diciamo à la Field Music, per non dire settantiana (Happiness) o che vengano in mente, ancora più del solito, i Beatles (nel singolo Winded); ma perlopiù le differenze col predecessore sono minime, anche nella produzione (comunque notevole). Se aggiungiamo a questo un calo di ispirazione (non troppo evidente, ma c’è), otteniamo un disco il cui ascolto è consigliato agli amanti del genere. Gli altri potrebbero trovarlo anche noioso.
Entrambi i dischi in streaming nel sito ufficiale.
Woven Hand – The Threshing Floor (2010)
•17 luglio 2010 • Lascia un commentoChe roba la title-track: il tipico folk americano della band qui si impenna in una potente cavalcata, guidata da un assolo di cornamusa con sfondo di percussioni e basso pulsante. Partendo da qui, il resto suona decisamente più normale, mettendo pure da parte la svolta elettrica del precedente Ten Stones. Siamo insomma in territorio psych-folk, con puntate in territorio pellerossa (Behind Your Breath, Raise Her Hands), giri di flauto che sanno di Est-Europa (Terre haute), o anche una batteria elettronica molto 80s, giustamente nella cover dei New Order (Truth).
E’ un album notevole, maturo e che soddisferà appieno fan e amanti di questo genere. Personalmente, non sono tra gli amanti del genere e dei Woven Hand l’unico album che davvero mi è piaciuto è Consider the Birds del 2004: non posso quindi dire che sarà un ascolto che rifarò spesso, trovando il disco un po’ monocorde e impregnato di una vena cristiano-sciamanica che non mi è del tutto congeniale.
Lone Wolf – The Devil and I (2010)
•11 giugno 2010 • 1 commentoL’interesse nasce dal video di Keep Your Eyes on the Road che cita apertamente quello, più famoso, di Sledgehammer, stop-motion, pongo e pollame compresi. Il singolo suona bene, vale la pena sentire gli altri 9 brani del disco. Si parte ancora meglio, con una This Is War tutta piano rhodes e fiati, che ricorda vagamente, per l’attacco vocale, la recente (e bellissima) I Wanna Go to Marz di John Grant. Di alto livello anche We Could Use Your Blood, una ballata chitarra, voce e accompagnamenti lievi. Sorge il primo dubbio: le canzoni sembrano un po’ troppo costruite, con arrangiamenti troppo precisi, puliti. Lo si mette a tacere, perché la scrittura continua ad essere elevata, ma, arrivati a 15 Letters, siamo ad un passo dalla noia. Subito spezzata da The Devil and I (Part 1), qualche minuto di pianoforte sapientemente posizionato a metà disco, e da Russian Winter, brano di una bellezza cristallina. E il gioco è fatto: si ascolta fino alla fine, giungendo ad una splendida The Devil and I (Part 2) che chiude il cerchio quando, iniziando il ritornello, siamo nuovamente a pensare a John Grant.
Blitzen Trapper – Destroyer of the Void (2010)
•11 giugno 2010 • Lascia un commentoNel 2008 ho mancato Furr, forse perché avevo sentito il precedente lavoro dei Blitzen Trapper e proprio non mi aveva convinto. Non ricordo bene nemmeno Wild Mountain Nation, tanto che, accingendomi all’ascolto di questo nuovo album, non avevo proprio idea che fosse una roba tipo Wilco meet Beatles. Accostabile, per certi versi, a un Bryan Scary, sia per la tendenza Queen di certi brani (la title-track – prima del cambio che al terzo minuto la trasforma in un hard-rock à la Black Sabbath!), sia per la vena ugualmente frizzante. Non a caso ho nominato i Wilco, visto che Laughing Lover sembra uscire da Summerteeth e che il mood delle due ballate a seguire è un non dissimile alt.country, con pure qualche inflessione del cantato a ricordare Jeff Tweedy. Quello alt.country è in effetti lo stile principale dell’album (Dragon’s Song, Evening Star), cui danno il cambio brani più dichiaratamente beatlesiani (Heaven and Earth – o Fool on the Hill?), altri pienamente folk (The Tree), altri che più seventies non si può (Love and Hate, con tanto di coretti, organi ed effetti simil-Leslie).
In definitiva, album interessante: non perfettamente a fuoco ovunque, ma spesso geniale (Below the Hurricane, Lover Leave Me Drowning, Destroyer of the Void…)
Villagers – Becoming a Jackal (2010)
•4 giugno 2010 • 2 commentiI Saw the Dead. E’ il titolo del primo brano – ed è subito colpo al cuore. Entrata lieve d’archi, un giro di pianoforte che ricorda la Dragonfly di My Brightest Diamond, la voce che vi si appoggia sopra, tutto in tensione verso un crescendo che neanche le percussioni spezzano. Si raggiunge l’apice con il cantato che ripete il titolo “I Saw the Dead” cui segue un ritornello sinfonico. Inizia la trasformazione del ragazzo in sciacallo, ma giunge al termine un brano che non verrà più eguagliato nel resto dell’album. Non si disperi, ‘ché la scrittura resta sempre alta, non ci sarà nessuna vera e propria caduta. Anzi, ci si riavvicinerà a quel livello con The Meaning of the Ritual, altrettanto drammatica, per quanto senza quella tensione, anzi, caratterizzata da uno sviluppo “piano” per chitarra-organetto-voce. Pieces, sul finire del disco, ha invece una simile costruzione in crescendo, con tanto di ululati e dissonanze di violino.
La parte centrale del disco (da Home a Set the Tigers Free, diciamo), pur mantenendo l’alone malinconico, è leggermente meno cupa, in particolare nel rockettino sixties di The Pact o in That Day, nata evidentemente sotto il segno degli Arcade Fire (ma l’antecedente viene in mente anche altrove).
L’esordio solista del dublinese Conor J. O’Brien, già nei The Immediate, è in definitiva un bel disco di pop sinfonico. Detto degli Arcade Fire, altri nomi che gli si possono accostare sono quello degli Sleeping States, per certi cantati meno melodici, o di Elliott Smith, perché comunque il retroterra è cantautorale. Fra i dischi da sentire di quest’anno, sicuramente.
Lilium – Felt (2010)
•14 maggio 2010 • 2 commentiNon sono mai stato un fan dei 16 Horsepower e dei vari side- e post-project, avendo apprezzato solo quel gioiello che è Consider the Birds (Woven Hand). Questo Felt esce in contemporanea con The Threshing Floor, sempre di Woven Hand, entrambi per Glitterhouse, label per cui incidono anche Bonnie Prince Billy e Bill Callahan. Questo per chiarire quale sia uno degli orizzonti dei Lilium: stiamo parlando di alt.country, di quello che può rimandare a Calexico e Giant Sand. Anche ai mai dimenticati (almeno da me) Songs:Ohia, per una simile tendenza a scarnificare il suono, a togliere, hollissianamente, le note non necessarie. Strano che riesca a pensarlo anche durante l’accompagnamento di batteria elettronica dell’iniziale Right Where You Are, eppure è così: è un beat minimo, che non mi dà alcuna idea di impalcatura. Il brano è bello, meglio però il successivo Mama Bird, con voce femminile un po’ Cat Power, chitarre slide e tromba che odora di Messico. Due strumentali, compresa la title-track, introducono al blues di Her Man Has Gone. Con Lily Pool torna la voce femminile e il brano non è poi tanto dissimile: stesse spazzole, stessa atmosfera. Miracle ricorda invece più il brano di apertura, forse per via della batteria elettronica, mentre gli strumentali finali sigillano un album che sarebbe davvero ingiusto definire mediocre, ma è altrettanto vero che può risultare monotono e troppo d’atmosfera. Non è, in definitiva, un ascolto da tutti i giorni e lo trovo più adatto a certi momenti di solitudine, al buio.
Video ufficiale: Ramona Falls – Russia
•14 maggio 2010 • Lascia un commentoAvevo parlato qui di Brent Kopf, esaltando lo splendido Intuit, suo esordio solista. Il primo video I Say Fever era uscito a ridosso dell’album e mi era molto piaciuto per le invenzioni visive. Ora, il secondo video ufficiale è decisamente diverso da quello: niente di cartoonesco, ma il grottesco inseguimento di una ragazza che, a colpi di “too little too late”, respinge l’insistente innamorato.
Vabbe’, meglio la canzone, ma comunque l’insieme è gustoso.










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